Robert Smith, le cassette sdoppiate, Rockstar. Era il 1994

Pubblicato: maggio 2, 2014 in musica

Mercatino dell’usato, una domenica di un pomeriggio invernale. Dallo scaffale dei cd usati salta fuori “Wish” dei Cure, uno degli ultimi album e secondo me tra i più belli della band di Robert Smith. Costa 4 euro ed è in ottime condizioni, verrà a casa con me. L’ultima volta che ho ascoltato questo disco era su cassetta e correva l’anno 1994: un colpo al cuore riascoltarlo dopo tanti anni, improvvisamente i ricordi si fanno vivi, respiro l’aria, i colori, il calore di quell’anno, i dettagli della mia stanza di ragazzina, il tepore della primavera nel giardino di casa.

Avete mai riassaporato un cibo che non mangiate da anni? Il flash nella memoria è quello che descrive Marcel Proust con la storia delle madeleine, un salto indietro nel tempo che ha qualcosa di estremamente fisico. Accanto al mio letto una marea di foto, ritagli, poster: sono quasi tutti di band o attori famosi. Ecco le immagini della nostra adolescenza, non avevamo uno smartphone con centinaia di cartelle dentro, ma eravamo comunque circondati da una marea di immagini: fotografie stampate dal rullino, ma soprattutto ritagli di giornale – Rockstar era il mio preferito – ma c’erano anche fotocopie da articoli prestati da altri, disegni inviati da amici di lettera, l’amica del cuore nella foto dell’estate.robert sm

E la musica erano le cassette comprate per quindicimila lire da Amadeus, La Discoteca o la Casa del Disco, i più fortunati compravano lp o 45 giri, quando non si avevano soldi allora si copiavano le cassette. Le mie registrate erano ben impilate, le copertine tutte decorate e disegnate da me, era un modo per sentirle più mie. La passione per una band voleva dire cercare tutte le notizie a disposizione sulle riviste di musica, gli articoli erano da ritagliare e conservare su un quaderno, una scatola, e l’attesa perché il nuovo numero della nostra rivista arrivasse in edicola era dolce e snervante allo stesso tempo. Oppure acquistare i libri: la Arcadia era specializzata in musica, la storia dei Cure, la storia dei Simple Minds, la storia dei Joy Division con relativi testi in fondo al libro. Amare un gruppo era conoscerlo a fondo, ascoltare i dischi uno dopo l’altro, attribuire a ciascuno una copertina, un concept, una data precisa. Quasi impossibile avere la discografia completa in un colpo solo, ci volevano soldi e pazienza per completare la collezione. La musica era una passione da coltivare e ricercare, ogni album in più era una piccola conquista.

Oggi, 2014, non compro quasi più musica. Ho installato Spotify sul pc, una grande enciclopedia musicale sempre a disposizione. Se voglio leggere il testo sul brano lo trovo in tre secondi su google, così come la bio di una band. Eppure la musica ascoltata così è diventata ormai poco più che un sottofondo.

 

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commenti
  1. Luigi Frassetto ha detto:

    Ottimo post che mi trova in perfetto accordo! Più o meno qualsiasi cosa perde valore ai nostri occhi se non si fa nessuno sforzo per averla, è un peccato che questa sorte sia toccata anche alla musica

  2. arrevexio ha detto:

    Che bello questo post! Un misto di nostalgia, disincanto e malinconia…stesso percorso e stesse considerazioni per me… La musica, come molto altro ormai, è solo un prodotto spesso confezionato a tavolino per un target già definito e che nulla lascia alla sperimentazione e all’emozione. Ovviamente le nicchie esistono e per fortuna esisteranno sempre…quelle zone indefinitie dove qualcosa si muove e vibra ma citando Cure e Simple Minds si parla di big di allora, di mainstream che pure aveva il sapore di un prodotto ricercato ed elitario proprio perchè colto, sperimentale, innovativo.

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