amarcord

Pagina dedicata a ricordi vari della mia infanzia seri, semiseri e faceti.

CAPITOLO I – I traumi della mia infanzia

1. DOLCE FORNO HARBERT

Nel corso di questi ultimi anni ho maturato una amara triste consapevolezza: le ragazze della mia generazione (anno di nascita compreso tra ’70 e ’78) sono oggi accomunate da un trauma infantile che ha sicuramente inciso in maniera irreversibilmente negativa sulla nostra psiche: il Dolce Forno Harbert. Tutte le mie coetanee ricordano di sicuro la scintillante pubblicità del gioco Dolce Forno Harbert: bambine bionde e boccolose addobbate a festa promuovevano il fantastico forno sfornando centinaia di pizze e torte e crostate dall’aspetto delizioso. Un sogno per tutte noi, un mito. Ma solo poche fortunate riuscivano a trovare davvero il prezioso dono sotto l’albero di Natale. Una di queste sono stata io, avendo due sorelle più o meno coetanee ero più soggetta rispetto ad altre a ricevere regali cumulativi familiari e, dunque, più grandi e costosi. La gioia nel ricevere il fornetto arancione era stata immensa, subito condivisa con le amiche del vicinato..

Chi non lo ha mai avuto deve però sapere che il fantastico forno, se collegato a una presa elettrica, cuoceva davvero al suo interno. Peccato che il calore di cottura fosse emanato non da una potente resistenza ma da una banalissima lampadina. Il primo pomeriggio nel quale io e le sorelle, radunate altre cinque o sei amiche, occupammo la cucina di nonna, la delusione non si fece attendere: sul tavolo cosparso di farina, lievito, salsa di pomodoro e origano tutte le nostre velleità di inondare il vicinato di squisite pizze furono presto a dir poco sminuite. Una pizza, inserita in una microteglietta di meno di dieci cm di diametro, cuoceva in almeno quaranta minuti. E il risultato della cottura era a dir poco deprimente: pasta semicruda e non lievitata. Ma in fondo non era il gusto che importava, la nostra gioia era comunque grande nel togliere la prima pizza e inserirne una seconda; solo con la consapevolezza di qualche anno dopo ci siamo tutte rese conto che il risultato di questo fantastico Dolce Forno era stato ore di corrente elettrica, decine di recipienti, teglie e piatti sporchi, una cucina completamente devastata da otto bambine con grande disperazione di nonna.

Felice e spensierato episodio fu quello, ma anche l’unico. Mamma ripose il Dolce Forno nella sua scatola sopra l’armadio, bene in alto, con la promessa che l’avremmo presto usato di nuovo. Ci voleva la presenza di un adulto a governare il tutto, lo dicevano anche le istruzioni, si usava la corrente elettrica e dunque era pericoloso. Per anni abbiamo atteso il momento, pomeriggi di preghiere perché venisse tirata giù la scatola passavano inutili. A mia memoria, solo un altro giorno ci fu concesso l’uso del forno, questa volta per le torte, anche queste cotte a metà e molli. Una di queste aveva lievitato troppo ed era stato necessario distruggerla direttamente dentro, la teglia non passava per la stretta apertura. Una delusione dunque, ma ancor più deludente era stato ricevere un regalo che poi non ci era stato concesso di usare a nostro piacimento. A distanza di anni il ricordo del Dolce Forno Harbert e della tristezza desolante che si porta dietro riemerge nelle chiacchiere con le amiche, si scopre un destino comune, accanto a tutte noi c’è stata una mamma che ci ha illuso e poi ha posto un veto inspiegabile e crudele. Vedere dal basso quella scatola preziosa e irraggiungibile che anno dopo anno si copriva di polvere è sicuramente uno dei traumi che hanno segnato la mia esistenza.

2. LA STORIA INFINITA

Quando il film di Bastian e Atreyu uscì al cinema era il 1984 e avevo 8 anni. Mamma lo aveva visto con i suoi alunni di scuola e mi aveva impedito di andare a vederlo perchè secondo lei mostri e creature strane mi avrebbero terrorizzato.

Nella mia infanzia ho mai visto, come hanno fatto tutti i bambini della mia generazione, La Storia Infinita. L’ho guardato per la prima volta oggi 6 gennaio 2010, 34 anni.

CAPITOLO II – RICORDI SPARSI

1. ATARI

L’Atari non era mio ma di miei cugini. Atari voleva dire vacanze di Natale o di Pasqua a casa degli zii di Nuoro, voleva dire serate che iniziavano dopo pranzo e finivano alle otto di sera devastati, voleva dire attendere il proprio turno anche per un’ora o scambiare favori in cambio di un doppio turno di gioco. L’Atari era una scatola nera che si collegava al televisore, costava molti soldi ma nonna aveva speso volentieri metà della sua pensione per accontentare i nipotini a dir poco inebetiti dal desiderio di averlo. L’Atari si accendeva e bisognava inserirci una cassetta nera contenente il gioco, Pac Man, Space Invaders (troppo difficile il nome, infatti era chiamato banalmente “i marzianetti”). L’Atari aveva suoni acidi digitali che ti entravano in testa e che oggi sono molto ricercati da chi suona musica elettronica. Non credo che esista più, non si è evoluto né trasformato, è rimasto il gioco digitale degli anni Ottanta per eccellenza e io ci ho giocato moltissimo.

2. MONDI LONTANISSIMI

L’estate dei primi anni Ottanta è Franco Battiato con “Mondi Lontanissimi”, disco decisamente all’avanguardia per quegli anni con i suoi testi su esplorazioni planetarie e sonorità digitali ed elettroniche. Erano le estati nella casa al mare con il cortile su una strada dove non passavano le macchine, dove il compito dei genitori non era portarci in spiaggia e sorvegliarci ma decidere i menu di pranzo e cena e fare la spesa; non ricordo nessun tipo di controllo se non “metti in ordine la stanza” e “tornate per l’ora di pranzo”. Si usciva in costume da bagno dopo colazione con asciugamano sotto braccio, si tornava dopo alcune ore, e nel pomeriggio via alle esplorazioni in giardino o nei campetti vicini. Si cercava niente, si inseguiva un cane, si raccoglievano insetti, si scoprivano i ruderi di una casa o un nuovo sentiero per la spiaggia. La notte era sotto le stelle, all’aperto, con zii che raccontavano vecchie storie di famiglia, o amici conosciuti due ore prima con cui si improvvisava un nascondino notturno. C’erano anche le notti di confidenza con i coetanei, gruppetti di ragazzi di otto-dodici anni raccolti che parlavano fitto fitto di tutto e niente.

3. PADRI FRITTI

Febbraio, fuori aria di neve, la cucina riscaldata dal pomeriggio con la stufa a gas. Era un tepore che preannunciava dolcezza. Mamma nonna e cugine riunite insieme per perpetrare quello che per loro era un appuntamento imperdibile e mai saltato da che io ricordi: la frittura dei fatti fritti, o frati fritti, o padri come nella traduzione piu’errata dal logudorese “padres friscios”. A me e mie sorelle ha sempre fatto ridere questa italianizzazione in “padri fritti” e ancora oggi se chiedo in giro non trovo il significato di questo nome assurdo per questi dolci di carnevale che si fanno in tutta la Sardegna. Mamma nonna e cugine si chiudevano in cucina tutta la sera mentre in casa si spargeva il profumo dell’arancia e dell’acquavite. Uscivano dalla cucina tre ore dopo sfoggiando vassoi e civeddas stracolme di ciambelle ricoperte di zucchero. C’era poi la distribuzione a tutto il parentado e vicinato, piatti che andavano e tornavano per alcuni giorni. Oggi nonna non c’e piu’ e le zie si sono allontanate per vari motivi ma a casa mia si fanno ancora una volta all’anno i padri fritti.

4. TUTTI I BAMBINI DEL MONDO GIOCANO A PINCARO

Mia mamma lo chiamava “Ingallitta”, per questo ero convinta che il pincaro fosse un gioco tipico sardo.

E invece la scorsa estate a Dusseldorf, nel centro della città, in un marciapiede c’erano i segni in terra nella più classica delle varianti pincaresche, le sei caselle rettangolari più la mezzaluna a chiudere. Il pincaro è un gioco di tutti i bambini del mondo, evidentemente.

Quando ero piccola la formula con cui si proponeva agli altri di giocare era GIOCHIAMO A PINCARO PRIMA??? Perchè chi proponeva il gioco acquisiva contestualmente il diritto di iniziare per prima. La tavola era ovviamente già lì, disegnata da chissà quanto tempo (artefici i fratelli più grandi).  Il secondo passo era la scelta della pietra, scelta eseguita con grande oculatezza: doveva essere liscia, non troppo leggera nè pesante, doveva scorrere sul pavimento di cemento senza schizzare, generalmente ognuno aveva già la sua personale che occupava sempre lo stesso posto nel giardino, bastava andare a prenderla. Che io ricordi c’erano diversi livelli del gioco, il primo il più facile e poi gli altri sempre più complessi. Ma il pincaro non aveva praticamente fine, si continuava finchè se ne aveva voglia.

Anche quando abbiamo smesso di giocarci è rimasta la traccia del pincaro segnata col gesso per molti anni.

5. LA MIA MAESTRA SI CHIAMAVA MARIA RENOLDI

La mia maestra delle scuole elementari si chiamava Maria Renoldi. Oggi i bambini hanno tante insegnanti, ma nel 1982 quando entravo a scuola col mio grembiule bianco e il fiocco rosa c’era una maestra sola che insegnava tutto. Era la scuola di via Caboni, a Cagliari.

La maestra ci insegnava le stagioni facendoci notare le differenze dei colori degli alberi fuori dalla finestra.

Ci insegnava le tabelline, che si trovavano stampate in una tabella nell’ultima pagina dei quaderni di matematica.

Ci insegnava la geografia e la storia, che si studiavano nel sussidiario, il libro che conteneva tutto e si cambiava una volta all’anno.

La maestra aveva circa sessant’anni quando insegnava alla mia classe. Ci ha seguito dalla prima alla quinta elementare, poi è andata in pensione. Aveva i capelli corti, castani chiari, gli occhiali, era molto magra, da giovane doveva essere una bella donna. Si truccava poco e si vestiva sempre con grande cura, usava le gonne e i tacchi e le calze velate, indossava sempre collane di perle o pietre viola, spesso un foulard al collo. Ho impressa nella memoria la sua scrittura che lasciava i voti nei nostri quaderni, bene, benino, brava, bravissima, non ricordo di aver preso voti peggiori.

Aveva un armadio chiuso a chiave dove teneva colori, libri, vocabolari, quaderni che costituivano eccezionalmente un premio per qualcuno di noi che si mostrava particolarmente bravo.

La mia maestra delle elementari non si era mai sposata, e ci diceva che era ancora “signorina”.

Ci  ha insegnato che è importante leggere i quotidiani e guardare il telegiornale con le notizie tutti i giorni.

Maria Renoldi, pochi giorni prima dell’esame di quinta elementare, si è presa la mattina con la sua classe per tenerci una lezione fuori programma. Non ricordo le parole esatte, ma ricordo perfettamente il tono estremamente serio di quella lezione, e il silenzio con cui noi la ascoltavamo mentre parlava. Si rivolgeva a noi come fossimo adulti e non venticinque bambini di dieci anni. Non ricordo le parole esatte. Ma il senso del suo discorso mi si è scolpito nella memoria, e se oggi sono quella che sono credo che una buona percentuale di merito sia di quella lezione. Maria Renoldi ci diceva di affrontare la vita a testa alta, di essere sempre noi stessi, di far valere le nostre idee, il nostro coraggio, le nostre attitudini senza mai temere nulla. Di essere umili e allo stesso tempo di non subire le prepotenze da nessuno, perchè la nostra dignità sarebbe sempre stata più forte di qualunque altra cosa.

Era la fine di maggio del 1987.

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commenti
  1. Giuseppe ha detto:

    ahahah, il dolce forno me lo ricordo pure io…non oso immaginare le condizioni della cucina di tua nonna 🙂 però io giocavo con i masters, spettacolo…mia madre li regalò “ai bambini poveri” uff..atari? Eri del fronte avversario, io worshippavo il commodore 64:))))))bei ricordi

  2. Lucida Bionda ha detto:

    Quanta disperazione a cuocere tutto con una lampadina!
    La tristezza maggiore? Il mal di pancia successivo a torte e pizze semi crude e lievito a volontà…ma noi temerarie e stoiche al limite della menzogna.
    ” è venuto buono?”
    ” BUONISSIMO!!!”

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