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Circolava qualche giorno fa sulla stampa una notizia “allarmante”: un anno dopo che i Bronzi di Riace sono stati collocati nel nuovissimo museo a loro dedicato a Reggio Calabra, i due colossi incassano “solo” 850 euro al giorno. Le parole dei giornalisti hanno un tono scandalizzato: incredibile, un’opera tanto costosa come il recupero, il restauro, la costruzione della casa dei Bronzi (solo il museo è costato circa 20 milioni) ha fruttato alla fine dei conti quasi una miseria. Una vergogna che in tempi di crisi un bene archeologico per cui abbiamo speso tanto ci faccia guadagnare meno di mille euro al giorno.

Puntuale arriva la sparata del solito genio di turno: Vittorio Sgarbi propone di portarli all’Expò di Milano, lì si metteranno in bella mostra davanti a tutto il mondo, altro che i “padiglioni merdosi” dove sono custoditi oggi (parole sue).

Non commenterò la proposta oscena di Sgarbi, anche perché è la stessa oscenità che qualche sardo ha avanzato riguardo alle nostre statue nuragiche dei Giganti di Monti Prama. Quello che mi fa salire il crimine, come si usa dire da queste parti, è che ultimamente si parla di beni culturali solo come fonte di incassi, come numeri di biglietti staccati, come statistiche da un tot al giorno. Per non parlare del continuo quanto inutile confronto con gli altri: in Francia sì che li sanno valorizzare i loro tesori, il Louvre sì che incassa, e Londra poi non ne parliamo.

I Bronzi hanno un destino simile a quello dei nostri Giganti: nascosti sott’acqua (sotto terra) per millenni, recuperati e sistemati con un restauro travagliato (e costosissimo), oggi finalmente restituiti al pubblico. I Bronzi in Calabria, i Giganti in Sardegna: terre decisamente fuori dai flussi turistici internazionali, dato che non siamo di certo invasi dalle orde di giapponesi o americani ricchi in fila davanti al nostro Museo Archeologico di Cagliari. Certo, poi c’è tutta la questione della comunicazione e del marketing, ma quella è un’altra parte della storia.

monteprama-300x336   E quindi anche i Giganti tra qualche anno saranno “colpevoli” di guadagnare una miseria? Passata l’onda dell’entusiasmo quanto ci faranno intascare le misere statue in pietra? C’era bisogno di spendere tanti soldi per rimettere a posto i cinquemila frammenti? Sarà proprio indispensabile investire ancora centinaia di migliaia di euro per nuovi scavi a Monti Prama? Arriverà anche allora il genio di turno che ci dirà di portarli da un’altra parte, così almeno il numero dei biglietti staccati potrà ammortizzare la spesa?

Chi ancora si allarma per gli 850 euro incassati dal museo in un giorno dovrebbe riflettere sui concetti di bene identitario, di cultura, di valore. La cultura e il turismo non sono sinonimi, viaggiano paralleli ma non sono la stessa cosa. Il valore di un bene archeologico non sta nei ticket staccati.

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Puntuali come un orologio, ecco le parole di circostanza  sulla vita di un grande che se ne va: questa notte si è spento Claudio Abbado, direttore d’orchestra italiano tra i più famosi al mondo, e subito si sprecano i commenti di cordoglio, il rimpianto sulll’ artista che ora non c’è più, la grande perdita per il patrimonio culturale del nostro paese. Abbado aveva ottant’anni ma da qualche tempo era malato, di recente aveva lasciato tutti i suoi impegni professionali e il seggio di senatore a vita che gli era stato assegnato l’estate scorsa da Giorgio Napolitano.

Abbado era un grande italiano, uno che si batteva per i giovani talenti e gli emarginati, per l’educazione musicale su tutti i livelli. Pochi anni fa aveva lanciato una provocazione: sarebbe tornato a dirigere il grande Teatro alla Scala di Milano solo se il suo cachet fosse stato in natura, voleva 90mila alberi da donare a Milano, richiesta mai accolta. Si era espresso in più occasioni contro i tagli alla cultura, sostenendo che “si deve colpire il vero spreco ed eliminare le speculazioni”. Aveva detto: “Vorrei che si affermassero sempre più le convinzioni che ispirano il nostro modo di lavorare: studiosi, politici, artisti, organizzatori, responsabili e semplici cittadini possono, insieme, determinare una reale collaborazione tra arte, scienza ed etica”. Un esempio di uomo colto, raffinato e allo stesso tempo attento al mondo dei giovani e all’educazione, che si era reso conto, da musicista e da artista, che la cultura non è un vezzo da intellettuali annoiati ma un valore vero per il paese.

Claudio Abbado

Claudio Abbado

Ed ecco che subito gli avvoltoi si lanciano in panegirici attorno al grande artista orgoglio del paese: “È stato e rimarrà un punto di riferimento per tutto il Paese e non solo” (Enrico Letta); ” Ha lasciato un segno indelebile” (Angelino Alfano) ,  “Noi tutti abbiamo perso oggi un protagonista eccezionale della cultura italiana, amato e rispettato ovunque nel mondo e che ha donato tutta la sua vita alla musica” (Massimo Bray, Ministro dei Beni Culturali), “Dedicheremo a Claudio Abbado i premi destinati agli studenti iscritti alle istituzioni dell’Alta formazione artistica, musicale e coreutica previsti nel Decreto legge `L’Istruzione riparte” (Maria Chiara Carrozza, ministro dell’Istruzione).

Proprio loro, quelli che nell’ultimo anno hanno tagliato ancora i fondi per la cultura, proprio quelli che hanno trascurato in programmi e interventi le parole “scuola” e “istruzione” come se non esistessero, come se la scuola italiana fosse sana ed efficiente, quelli che hanno dimostrato totale insensibilità alle migliaia di laureati in beni culturali senza lavoro, ai monumenti che cadono a pezzi, ai siti archeologici chiusi al pubblico. Il ministro Bray è riuscito a partorire il famoso bando per far lavorare cinquecento laureati a rimborso spese per un anno spacciandolo per intervento di formazione (infatti subito ribattezzato “500 schiavi”). E Maria Chiara Carrozza, che ha permesso lo scempio dell’eliminazione della storia dell’arte nelle scuole (per la verità voluto dalla sua predecessore Maria Stella Gelmini) non trova di meglio da fare che dedicare ad Abbado un premio per gli studenti. Ecco le persone che oggi piangono Abbado, l’uomo che ha portato l’arte e la cultura italiana in tutto il mondo.

Ma vergognatevi, e imparate il silenzio, che in certi casi è molto più dignitoso.

JR, artista di strada

Pubblicato: dicembre 1, 2010 in arte

La chiamano street art, per me sono capolavori.

E’ un’opera di JR, il suo vero nome è sconosciuto, francese.