Grazie.

Pubblicato: marzo 16, 2015 in Uncategorized

Migliaia tra commenti, messaggi, email, post su twitter e facebook, decine di sms e telefonate: sono le manifestazioni di amicizia arrivate da amici e colleghi in poche ore. Per chi non avesse sentito la brutta vicenda che  mi ha coinvolto personalmente ecco qui il resoconto pubblicato su Sardinia Post 

Mi servirebbero ore per ringraziare singolarmente tutti quelli che mi hanno contattato per comunicare sostegno e solidarietà, perciò scrivo un post per dire grazie a tutti.

Grazie alla mia famiglia e ai miei amici.

Grazie ai colleghi e al direttore di Sardinia Post.

Grazie ai colleghi giornalisti di tutte le testate sarde (L’Unione Sarda e La Nuova Sardegna, Tiscali, Cagliari Pad, Sardegna Oggi, Cagliari Globalist, Radio Tele Gallura, Ite Novas), a tanti freelance e addetti stampa che lavorano nell’isola.

Grazie a rappresentanti e portavoce di partiti politici, associazioni, comitati, compagnie (tra cui Sinistra Ecologia e Libertà, Destra Sociale Sarda, La Destra, Fronte Indipendentista Unidu, Commissione Pari Opportunità del Comune di Cagliari, Anpi, Arc Cagliari, Coordinamento Antifascista, Antispecismo Cagliari, Is Mascareddas, Lucido Sottile, Ferai Teatro, Itzokor, Lila Cagliari, TutteStorie).

Grazie ad Ordine Giornalisti Sardegna, Assostampa, Gruppo Cronisti Sardegna per il comunicato di sostegno.

Ai tanti sconosciuti che mi hanno contattato per esprimere solidarietà.

Tutto questo mi fa capire che l’attenzione su certi temi è ancora alta e forte. Come ho già scritto nessuna paura, solo l’orrore di sentire ancora slogan e discorsi fascisti dopo settant’anni. C’è evidentemente ancora tanto lavoro da fare su istruzione, informazione e cultura.

Antifascismo sempre.

“Il progetto del Betile deve risorgere”. A rispolverare l’idea del futuristico museo sul fronte mare cagliaritano è Nicola Montaldo, segretario del Pd cittadino, in un’intervista rilasciata sull’Unione Sarda di oggi. Sono passati dieci anni da quando la Regione Sardegna allora guidata da Renato Soru pubblicava il bando per la creazione di un “Museo regionale dell’arte nuragica e dell’arte contemporanea del Mediterraneo a Cagliari”: chiamata internazionale a cui risposero alcuni dei più famosi architetti al mondo, a vincere fu l’idea di Zaha Hadid che ottenne l’incarico di progettare il piano definitivo.

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Settecento mila euro il costo di questa operazione, come scrive Pietro Picciau nella sua intervista a Montaldo. I quaranta milioni utili per tirare su il museo invece non sono mai stati spesi, dato che la giunta regionale del dopo Soru ha accantonato il progetto e anche il Comune di Cagliari non ne ha voluto sapere. E così l’idea di un museo-nuvola firmato da un’archi-star è finito nel dimenticatoio, salvo poi venire periodicamente risuscitato con varie motivazioni: “Innegabile sul piano del rafforzamento dell’immagine di città turistica”, sostiene oggi Nicola Montaldo; “Costituirebbe una delle quattro o cinque attrattive che una città come la nostra dovrebbe avere per catturare l’attenzione di quote significative di turismo”, secondo Francesco Ballero, presidente della commissione Bilancio al comune di Cagliari.

Turismo, attrazione internazionale, archi-star: se il progetto del Betile è oggi di fatto chiuso dentro un cassetto sono sono in tanti a essere comunque convinti della sua utilità come strumento per avere turisti da tutto il mondo.
E però in pochi, pochissimi, si sono chiesti a che serve. Ok l’architettura futuristica, l’impatto sullo skyline cagliaritano, il paragone con il museo di Bilbao, ma cosa ci mettiamo dentro? “L’arte nuragica e l’arte contemporanea”, diceva Renato Soru, “L’arte moderna”, per Nicola Montaldo. Si, ma l’arte non è un’entità astratta, è fatta di pezzi e collezioni. E dunque? Dovremo forse togliere i pezzi già esposti dentro i musei sardi? Una grande sezione di arte nuragica si può vedere al Museo Archeologico Cagliaritano, in quello sassarese e in altri spazi isolani, mentre l’arte contemporanea ce l’abbiamo in esposizione permanente alla Galleria Comunale di Cagliari, al Man di Nuoro, ci sono le belle collezioni di Maria Lai e Francesco Ciusa nei musei a loro dedicati. E quindi Soru, Montaldo e gli altri innamorati del Betile pensano di svuotare i musei isolani per riempire una struttura che per ora è solo sulla carta? Queste persone trascurano ‘dettagli’ come la storia delle collezioni, il contesto storico-archeologico-artistico, l’importanza che singoli reperti e opere possono avere per piccoli comuni e grandi città. Certo, sui musei del territorio c’è ancora tanto da fare e lo stesso Archeologico di Cagliari è vecchio e antiquato, ma allora perchè non spalmiamo questi quaranta milioni che servirebbero per costruire dal nulla il Betile e sistemiamo allestimenti e strutture in tutta l’isola? Ha senso, in questo momento storico, una spesa così imponente per costruire un contenitore vuoto, quando i presidi della cultura sul territorio fanno fatica a tenersi in piedi?
Mi viene in mente una sola risposta: volere a tutti i costi una struttura fantastica firmata da una celebrità della architettura, pur non avendo nulla da metterci dentro e con il solo obiettivo di farci ammirare da tutto il mondo si chiama povertà culturale. L’identità artistica non si ha bisogno di essere costruita a tavolino alla modica cifra di quaranta milioni di euro.

Nove ore di collegamenti radio, web e tv tv ci hanno raccontato il terrore da Parigi: una città sotto assedio come non l’abbiamo mai vista è stata raccontata dai giornalisti minuto per minuto in una diretta su più fronti che non ha precedenti. Abbiamo visto le ambulanze, i cameramanskytg24 in corsa, i poliziotti pronti per il blitz, le camionette militari e i cordoni di sicurezza, la paura delle persone, abbiamo sentito in collegamento le sirene e le ambulanze, gli spari di piccola e grande artiglieria, il fumo, abbiamo assistito alla fuga degli ostaggi terrorizzati finalmente fuori pericolo. Un dramma cinematografico (molti hanno citato la serie tv Homeland tra ostaggi, trattative, urla in arabo e fanatici in fuga) trasposto nella realtà. Tutto vero, tutto concreto, tutto aggiornato in tempo reale e documentato all’istante direttamente sugli schermi di casa nostra. Tutta questa verità oggi mi ha sconvolto. E il film in onda da Parigi non è ancora finito.

Nuovi tesori dal sottosuolo di Monti Prama, sito prenuragico vicino a Cabras: lo scavo archeologico avviato il 5 maggio scorso continua a regalare sorprese e questa mattina gli studiosi al lavoro hanno riportato alla luce un grande frammento di statua. Si tratta di un Gigante che sta pian piano emergendo dalla terra, un blocco unico di arenaria dove sono già chiaramente visibili i dettagli di quella che era probabilmente la statua di un arciere.

La notizia arriva però non dai direttori dello scavo archeologico né dal comune di Cabras, ovvero gli addetti ai lavori e i padroni di casa.

Ad annunciarla in esclusiva è il TG regionale di Rai3 con immagini girate sul campo proprio mentre la nuova statua veniva riportata alla luce. Nessun comunicato, nessuna nota da chi dirige i lavori in cantiere: la comunicazione da Monti Prama, uno dei siti più misteriosi e importanti di tutto il Mediterraneo, eccezionale proprio per le grandi statue di arenaria che non hanno confronti nella Sardegna antica pare per ora intermittente e saltuaria, con poche notizie che vengono divulgate solo ad alcuni canali e taciute ad altri.

Una strategia comunicativa ben strana che però non sorprende, dato che tra le stanze della Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano e dell’Università di Sassari non c’è un ufficio stampa. Però chi ci lavora dovrebbe sapere che parlare con i giornalisti dovrebbe servire proprio a proteggere e valorizzare i beni archeologici che appartengono amonteprama-300x336 tutti. Già qualche settimana diverse “fughe di notizie” dallo scavo da Monti Prama, con l’annuncio di scoperte e frammenti eccezionali, avevano costretto gli addetti ai lavori a organizzare un incontro con i giornalisti, con la promessa che le novità sarebbero state da quel momento condivise con tutti e nello stesso momento. Oggi invece ancora un'”esclusiva” raccontata solo al TG Regionale, mentre tutte le altre testate giornalistiche hanno avuto notizie di seconda mano. Ah certo, poi è stata convocata una conferenza stampa, ma nel pomeriggio, tre ore dopo che il Tg di Rai 3 era già andato in onda.

Un modo di comunicare iniquo, considerato che chi lavora nello scavo archeologico, che operi per conto dell’Università o della Soprintendenza Archeologica, è un dipendente pubblico che utilizza finanziamenti statali, e che tra gli obiettivi di chi lavora con i beni culturali dovrebbe esserci proprio la conoscenza e la fruizione della cultura per tutti. Un giorno poi qualcuno dovrà spiegare come i Sardi potranno proteggere e difendere questi beni se a mala pena li conoscono, se lo studio che c’è attorno è circondato dal sospetto, se ogni informazione è riservata a pochi eletti.

ecco il comunicato stampa dal sito della Provincia autonoma di Trento e Bolzano pubblicato stamattina:

“In ottemperanza all’ordinanza che prevedeva la cattura dell’orsa Daniza, dopo quasi un mese di monitoraggio intensivo, la scorsa notte si sono create le condizioni per intervenire, in sicurezza, con la telenarcosi. L’intervento della squadra di cattura ha consentito di addormentare l’orsa che, tuttavia, non è sopravvissuta. (…)
Dell’episodio sono stati informati il Ministero dell’Ambiente, l’Ispra e l’Autorità giudiziaria. Già in giornata l’animale sarà sottoposto ad analisi autoptica”.

Io spero che il genere umano autocollassi e si estingua presto da solo, perché una storia come questa mi fa solo vergognare della nostra presenza sulla terra.

(foto da La Stampa.itorsa_daniza_cuccioli-kDjH-U10302576939678ftE-640x320@LaStampa.it)

Circolava qualche giorno fa sulla stampa una notizia “allarmante”: un anno dopo che i Bronzi di Riace sono stati collocati nel nuovissimo museo a loro dedicato a Reggio Calabra, i due colossi incassano “solo” 850 euro al giorno. Le parole dei giornalisti hanno un tono scandalizzato: incredibile, un’opera tanto costosa come il recupero, il restauro, la costruzione della casa dei Bronzi (solo il museo è costato circa 20 milioni) ha fruttato alla fine dei conti quasi una miseria. Una vergogna che in tempi di crisi un bene archeologico per cui abbiamo speso tanto ci faccia guadagnare meno di mille euro al giorno.

Puntuale arriva la sparata del solito genio di turno: Vittorio Sgarbi propone di portarli all’Expò di Milano, lì si metteranno in bella mostra davanti a tutto il mondo, altro che i “padiglioni merdosi” dove sono custoditi oggi (parole sue).

Non commenterò la proposta oscena di Sgarbi, anche perché è la stessa oscenità che qualche sardo ha avanzato riguardo alle nostre statue nuragiche dei Giganti di Monti Prama. Quello che mi fa salire il crimine, come si usa dire da queste parti, è che ultimamente si parla di beni culturali solo come fonte di incassi, come numeri di biglietti staccati, come statistiche da un tot al giorno. Per non parlare del continuo quanto inutile confronto con gli altri: in Francia sì che li sanno valorizzare i loro tesori, il Louvre sì che incassa, e Londra poi non ne parliamo.

I Bronzi hanno un destino simile a quello dei nostri Giganti: nascosti sott’acqua (sotto terra) per millenni, recuperati e sistemati con un restauro travagliato (e costosissimo), oggi finalmente restituiti al pubblico. I Bronzi in Calabria, i Giganti in Sardegna: terre decisamente fuori dai flussi turistici internazionali, dato che non siamo di certo invasi dalle orde di giapponesi o americani ricchi in fila davanti al nostro Museo Archeologico di Cagliari. Certo, poi c’è tutta la questione della comunicazione e del marketing, ma quella è un’altra parte della storia.

monteprama-300x336   E quindi anche i Giganti tra qualche anno saranno “colpevoli” di guadagnare una miseria? Passata l’onda dell’entusiasmo quanto ci faranno intascare le misere statue in pietra? C’era bisogno di spendere tanti soldi per rimettere a posto i cinquemila frammenti? Sarà proprio indispensabile investire ancora centinaia di migliaia di euro per nuovi scavi a Monti Prama? Arriverà anche allora il genio di turno che ci dirà di portarli da un’altra parte, così almeno il numero dei biglietti staccati potrà ammortizzare la spesa?

Chi ancora si allarma per gli 850 euro incassati dal museo in un giorno dovrebbe riflettere sui concetti di bene identitario, di cultura, di valore. La cultura e il turismo non sono sinonimi, viaggiano paralleli ma non sono la stessa cosa. Il valore di un bene archeologico non sta nei ticket staccati.

E’ una tranquilla domenica estiva, dopo un fine settimana ad Alghero mi preparo per tornare a Cagliari.treno alghero-sassari

Ho scelto il treno per muovermi, questa volta: lascio la macchina a casa e mi munisco di biglietto e libro per il viaggio. L’unico orario serale, essendo domenica, è alle 18: in giorno festivo alcuni treni non si muovono. Mi aspettano due tratte diverse: Alghero-Sassari con il treno dell’Arst, Sassari-Cagliari con Trenitalia. Due compagnie diverse, due biglietterie diverse: impossibile acquistare un ticket unico, bisogna per forza comprare i biglietti in due stazioni, la prima ad Alghero, la seconda a Sassari.

La stazione di Alghero è minuscola. Non c’è personale in biglietteria ma solo una macchinetta automatica in una sala buia e squallida. Alle pareti solo vecchi avvisi e comunicazioni, non c’è una sedia o una panca. L’attesa nella stazione di Alghero, città da decine di migliaia di turisti ogni estate, si fa in piedi sulla banchina, tra ragazzini di ritorno dal mare e ambulanti carichi di zaini. Si parte puntuali su un treno minuscolo, inutile sottolineare che stazione e treni saranno vecchi di decenni. Ci starebbe una bella foto in stile vintage all’orologio della banchina, alla campanella, alle centraline della stazione, ma mi fanno un po’ tristezza ed evito.

Mi consola il panorama stupendo delle campagne tra Alghero e Olmedo.

Arrivati a Sassari, cerco un gelato. Tutto chiuso in stazione. Esco fuori, sul viale sassarese. Tutto chiuso anche qui. In stazione a Sassari non esistono neanche i distributori automatici di acqua o snack, c’è solo una macchinetta per caffè. Pazienza, ho una bottiglietta d’acqua in borsa, e poi sempre il libro a farmi compagnia.

Aspettiamo il treno delle 19,20 direzione Cagliari. Arriva in stazione alle 19.45, 25 minuti di ritardo. Non è l’ultramoderno Minuetto, ma un vecchio treno da un vagone solo, avrà una capienza di sessanta posti, non di più: ultimo treno per Cagliari, percorrerà tutta l’isola raccogliendo passeggeri in almeno otto fermate diverse, ma ha un vagone solo. Alcune persone viaggeranno in piedi per decine di chilometri.

Fuori ci sono venticinque gradi, sul treno la temperatura sarà almeno di dieci gradi in meno. Alcuni viaggiatori tirano fuori dagli zaini giacche e maglioni, altri cercano di coprirsi con lo zaino. Non ho mai capito perché sui mezzi pubblici ci si debba congelare, neanche stessimo attraversando l’equatore. E poi quanto inquina l’aria condizionata su un mezzo così vecchio?

Dicono che a Oristano c’è un mezzo alternativo che attende i viaggiatori che non hanno trovato posto a sedere, potranno scendere dal treno e proseguire il viaggio accomodati su un bus.

Arriviamo a Cagliari alle 23, con quindici minuti di ritardo, congelati per l’aria condizionata e con una voragine nello stomaco per la fame.

Sardegna e il turismo, ci dicono. Lo sviluppo passa per il territorio, i percorsi culturali, il mare e la campagna, l’ambiente e la bellezza.

Eppure impieghiamo cinque ore per muoverci su mezzi di quarant’anni fa da un capo all’altro dell’isola.