Un frastuono infernale arriva dal cielo, venerdì. No, non è un’incursione aerea nemica, non è un attraversamento improvviso di pericolosi cacciabombardieri. Stiamo tranquilli, è tutto a posto: sono le Frecce Tricolori, la pattuglia acrobatica della nostra aviazione militare, orgoglio della nazione.

Venerdì pomeriggio le Frecce si addestrano sui cieli di Cagliari, sabato ci sarà la grande esibizione sulla spiaggia dei Centomila. E infatti sono oltre centomila le persone che dalla città e provincia si riversano al Poetto: quattromila ci arrivano in bus, tutti gli altri in auto. Non c’è un posto libero tra i parcheggi e sulla spiaggia, l’esibizione tra voli acrobatici, fumi verde-bianco-rosso, incredibili planate e traiettorie ondulate attira una marea di persone in riva al mare. “Una straordinaria manifestazione”, “Un bellissimo spettacolo”, “Ai miei bambini piace tanto”, “Una grande emozione” i commenti del popolo.

Ma quanto costano i venti minuti di volo dei nove aerei del 313° Gruppo Addestramento Acrobatico – Frecce Tricolori – Pattuglia Acrobatica Nazionale?

Nessuna cifra ufficiale sui costi sostenuti dal Ministero della Difesa per far decollare gli areoplani, alla faccia della trasparenza. Però su un articolo del Fatto quotidiano di un anno fa i stimava un’ora di volo in circa 4.800 euro, che moltiplicato per nove fa 43,200 euro, più il costo del carburante. A oggi però la spesa per l’esibizione sarebbe a carico di sponsor privati come la Fastweb.

frecce tricolori_foto di Gianluca Deidda

frecce tricolori a Cagliari, foto di Gianluca Deidda

Messa da parte la questione della spesa mi chiedo: era proprio necessario? Perché Cagliari ospita una manifestazione anacronistica come il volo della pattuglia acrobatica dell’Areonautica? “Le Frecce Tricolori, grazie ad un intenso e continuo addestramento, costituiscono un insieme armonico nel quale tutte le componenti si muovono ed interagiscono all’unisono per eseguire il programma di volo alla perfezione e in piena sicurezza” ha detto il generale di brigata aerea Claudio Salerno, Capo dell’Ufficio Generale per la Comunicazione dell’Aeronautica Militare. “In tal senso, esse rappresentano le capacità e l’impegno di tutto il personale e i reparti dell’Aeronautica Militare, un’unica squadra che si addestra e opera ogni giorno per garantire la sicurezza dei cittadini italiani”. Ok i militari dell’areonautica, ma come può questa squadra rappresentare una garanzia la sicurezza dei cittadini italiani? E sulla sicurezza di cui parla Salerno avanzo qualche perplessità: correva l’anno 1988, durante un’esibizione uno degli aerei delle Frecce si schiantò al suolo a Ramstein, in Germania, causando 67 morti e 346 feriti tra gli spettatori, abbiamo la memoria così corta?

E perché, per vedere un bello spettacolo, dobbiamo consumare carburante, produrre inquinamento aereo e acustico, far riversare su una spiaggia delicata come quella del Poetto centomila persone che ci arrivano per la maggior parte in auto?

Non dimentichiamo che in città abbiamo l’enorme privilegio di ospitare una numerosissima, straordinaria colonia di fenicotteri che nidificano e vivono nello stagno di Molentargius, proprio a ridosso del mare e a pochi metri dalla stessa spiaggia, in un sistema naturalistico unico al mondo. Siamo sicuri che fosse proprio indispensabile infliggere ai fenicotteri il volo acrobatico delle Frecce Tricolori tra rumore assordante, polveri e fumo?

Chiudo con la citazione di Gianni Chessa, consigliere Unione di Centro del comune di Cagliari, che proprio ieri nell’intervista di Paolo Paolini su L’Unione Sarda ha detto cosa pensa dei fenicotteri e di Molentargius. “Se potessi sposterei la strada del mare, costruirei i parcheggi sotto l’ippodromo, una grande linea di alberghi bassi davanti al Poetto, la spiaggia libera, uno stagno con percorsi naturalistici, un canale navigabile per le barche da diporto al posto della strada, tipo Venezia. Vista la fame che c’è in giro, meglio un pollo caldo in più e un fenicottero in meno”.

Io invece preferisco un fenicottero in più e qualche inutile esibizione rumorosa in meno.

Nel frattempo rubo dalla rete una fotografia postata ieri da Gianluca Carta che commenta: “altro che fecce tricolori…..di questo noi è che ne andiamo fieri!”

fenicotteri, foto di Gianluca Carta

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Ci risiamo, ennesimo caso di piccole evasioni (fiscali) quotidiane. Stamattina arriva la telefonata del carrozziere: “Buongiorno, le ho preparato il preventivo per la sostituzione del faro della Panda: sono 130. Se non vuole la fattura, ovviamente”. “Scusi, e se volessi la fattura?” “In quel caso sarebbe, beh, 130 più Iva al 22%, insomma intorno ai 150”.

Quindi: se voglio che lui, il signor carrozziere, paghi le SUE tasse e sia in regola con la SUA posizione fiscale allora devo pagare in più. Venti euro, non è una cifrona, ma sono sempre i miei soldi.euro

Seconda telefonata, questa volta dal mio telefono verso il numero della Guardia di Finanza, comando provinciale di Cagliari, viale Diaz: “Scusi, come posso denunciare uno che cerca di farsi pagare senza emettere fattura?” “Può venire da noi e fare un esposto, ma se non c’è reato allora non possiamo far nulla, sarebbe la sua parola contro la sua”. Quindi, per denunciarlo dovrei sottomettermi al ricatto dei venti euro in meno, e poi andare a denunciarlo. Ma in questo caso sarei anche io complice di evasione fiscale e passibile di reato? “Eh si…” E allora come fare perché questo signore non la passi liscia? “Niente, dovrebbe esserci una prova che dimostra che si è fatto pagare senza emettere fattura”. Una registrazione, una mail insomma: “Esatto. Guardi, purtroppo è una situazione comune, in Italia lo fanno in tanti. Le persone dovrebbero abituarsi a chiedere sempre le fatture e gli scontrini”. In Italia lo fanno in tanti.

Chiedo aiuto alla rete, facebook è la voce di tutti, qualcuno che mi darà un buon consiglio ci sarà senz’altro: “Se la tentano sempre, e siamo costretti a piegarci ai ricatti”. “Mi è successo pochi giorni fa” “Un dentista mi ha proposto cento euro di sconto” “Le evasioni fiscali sono quelle grosse, non quelle dei piccoli strozzati dalle tasse” “Denuncialo” “I piccoli evasori sono come quelli grandi” “Questo signore è un ladro” “Magari è un poveraccio che non arriva a fine mese, lo capisco”.

Pagherò l’estorsione di venti euro, e cercherò un nuovo carrozziere.

 

Mercatino dell’usato, una domenica di un pomeriggio invernale. Dallo scaffale dei cd usati salta fuori “Wish” dei Cure, uno degli ultimi album e secondo me tra i più belli della band di Robert Smith. Costa 4 euro ed è in ottime condizioni, verrà a casa con me. L’ultima volta che ho ascoltato questo disco era su cassetta e correva l’anno 1994: un colpo al cuore riascoltarlo dopo tanti anni, improvvisamente i ricordi si fanno vivi, respiro l’aria, i colori, il calore di quell’anno, i dettagli della mia stanza di ragazzina, il tepore della primavera nel giardino di casa.

Avete mai riassaporato un cibo che non mangiate da anni? Il flash nella memoria è quello che descrive Marcel Proust con la storia delle madeleine, un salto indietro nel tempo che ha qualcosa di estremamente fisico. Accanto al mio letto una marea di foto, ritagli, poster: sono quasi tutti di band o attori famosi. Ecco le immagini della nostra adolescenza, non avevamo uno smartphone con centinaia di cartelle dentro, ma eravamo comunque circondati da una marea di immagini: fotografie stampate dal rullino, ma soprattutto ritagli di giornale – Rockstar era il mio preferito – ma c’erano anche fotocopie da articoli prestati da altri, disegni inviati da amici di lettera, l’amica del cuore nella foto dell’estate.robert sm

E la musica erano le cassette comprate per quindicimila lire da Amadeus, La Discoteca o la Casa del Disco, i più fortunati compravano lp o 45 giri, quando non si avevano soldi allora si copiavano le cassette. Le mie registrate erano ben impilate, le copertine tutte decorate e disegnate da me, era un modo per sentirle più mie. La passione per una band voleva dire cercare tutte le notizie a disposizione sulle riviste di musica, gli articoli erano da ritagliare e conservare su un quaderno, una scatola, e l’attesa perché il nuovo numero della nostra rivista arrivasse in edicola era dolce e snervante allo stesso tempo. Oppure acquistare i libri: la Arcadia era specializzata in musica, la storia dei Cure, la storia dei Simple Minds, la storia dei Joy Division con relativi testi in fondo al libro. Amare un gruppo era conoscerlo a fondo, ascoltare i dischi uno dopo l’altro, attribuire a ciascuno una copertina, un concept, una data precisa. Quasi impossibile avere la discografia completa in un colpo solo, ci volevano soldi e pazienza per completare la collezione. La musica era una passione da coltivare e ricercare, ogni album in più era una piccola conquista.

Oggi, 2014, non compro quasi più musica. Ho installato Spotify sul pc, una grande enciclopedia musicale sempre a disposizione. Se voglio leggere il testo sul brano lo trovo in tre secondi su google, così come la bio di una band. Eppure la musica ascoltata così è diventata ormai poco più che un sottofondo.

 

La notizia è questa: sabato 12 aprile migliaia di persone sono scese in piazza a Roma per protestare contro il governo Renzi e le sue politiche di austerità e lavoro. Alla manifestazione hanno preso parte collettivi, comitati, associazioni, centri sociali e tantissimi ragazzi e studenti. Un gruppo di loro si è staccato dal corteo e ha deviato dal percorso autorizzato, direzione Ministero del Lavoro. Com’era ovvio, i “dissidenti” sono stati fermati, contro di loro la solita carica delle forze dell’ordine armati di lacrimogeni, manganelli, caschi e scudi. Nulla da dire, il percorso era stabilito, se ti discosti con bastoni e pietre è normale che la polizia ti fermi.

Nello stesso momento a poche ore da Roma, precisamente Torino, il premier Renzi celebrava l’inizio della campagna elettorale in vista delle prossime elezioni europee (e non solo). Strette di mano, slogan, sorrisi, candidature, comizi.

Lì a Roma un popolo di scontenti che chiedono diritti, giustizia, equità; qui a Torino si parla di job acts, riforme costituzionali, bicameralismo, semestre europeo. La domanda: come fa un governo che dice di essere giovane e riformista, che sostiene il cambiamento e la crescita, a ignorare completamente quello che succede sotto casa? Tutta questa distanza dalle piazze, dalle rivendicazioni delle persone comuni (non quattro estremisti dei centri sociali ma studenti, famiglie, ragazzi, lavoratori) è proprio necessaria? E’ giusto ignorare le richieste legittime che si manifestano con cortei a cui partecipano migliaia di persone? E qual è il momento preciso in cui in Italia è nata la frattura tra politica sbandierata nei palacongressi o nelle conferenze stampa e quella fatta dalle persone in strada? Partecipazione vuol dire solo rispondere a un tweet e solo con il tag giusto, o non dovrebbe essere piuttosto cercare di capire se la gente sta bene ed è contenta? Signor Renzi, non sarà il momento di ascoltare anche gli altri, di tanto in tanto?  O siete troppo convinti che in piazza scendono solo i teppisti dissidenti violenti coi bastoni che vogliono solo fare casino?manifestazione-roma-324x230

E oggi arriva la risposta: su Corriere della Sera c’è un articolo a firma Pierluigi Battista, questo l’incipit: “si sono messi i giubbini blu, per il cambio di stagione della guerriglia urbana. Fino a ieri portavano il nero: i black bloc. Ma da ieri si impone il blu: i blu bloc (o anche in versione sofisticatissima: blue bloc). La violenza seducente, charmant, attraente. Dicono di ribellarsi al dominio dell’immagine, ma ne sono figli, anche molto abili. Un tempo a organizzare la piazza c’erano i servizi d’ordine. Oggi, dietro le quinte, si muove forse un team di coreografi? “

Questo commento stupido, superficiale e qualunquista sui manifestanti pubblicato da uno dei più importanti quotidiani nazionali ha dato una risposta a tutte le mie domande. Finchè non si prenderanno sul serio le manifestazioni delle persone comuni e soprattutto dei più giovani (“il futuro del nostro paese”, amano dire) non andremo da nessuna parte. Nei salotti si parla di job acts, in strada si schivano petardi e manganelli. L’Italia è un paese per vecchi e c’è chi lavora per non cambiarlo di una virgola.

 

“Forse ho da fare”. “Che poi sono tutti uguali”. “Sono disgustato dalla politica”. “Si ma cosa hanno fatto per noi”.

E invece no, non sono tutti uguali, andare a votare è importante. Sei piccoli punti da tenere a mente per gli indecisi.

1) si vota per scegliere il Presidente della Regione e il Consiglio Regionale. Sono loro che decidono di ambiente, lavoro e istruzione, industria, salute, ammortizzatori sociali, turismo e tante altre cose. Sono loro che scelgono come utilizzare i fondi dello stato e quelli dell’unione Europea, che realizzano bandi e progetti per l’imprenditoria, l’occupazione, l’agricoltura e l’allevamento, il commercio e la formazione. Loro sono responsabili di queste cose.

2) il voto è un diritto che si acquisisce per nascita, qualcuno prima di noi ha lottato per averlo, non sprechiamolo.

3) Non sono tutti uguali, possiamo scegliere tra tante alternative diverse.

silvio

4) La Giunta che ha governato per cinque anni è stata disastrosa: tagli ai fondi per cultura e istruzione, gestione clientelare dei soldi pubblici, leggi per favorire amici e conoscenti, sproporzione enorme tra soldi per eventi costosissimi e le briciole a chi veramente lavora tutto l’anno per fare cultura, slogan propagandistici senza alcun valore (Zona franca, piano paesaggistico dei sardi, flotta sarda).

5) spesso chi non vota ha deciso di non interessarsi di quanto succede intorno a sé, non si lamenti poi se i servizi non funzionano, se le tasse sono alte, se in Sardegna non c’è lavoro. Le responsabilità su queste cose hanno nomi e cognomi, se non ci piacciono andiamo a votare e mandiamoli a casa (ma davvero, non come diceva qualcuno in campagna elettorale).

6) SVEGLIA !!!1!!1!11!!1!!!

“Non ci vado a votare, ché tanto sono tutti uguali”. “Che poi una volta occupata la poltrona diventano come gli altri”. “Destra e sinistra, tutti ladri”. “Mandiamoli a casa”. “Hanno detto che tagliano le tasse e invece hanno rimesso l’Imu, non voto più”. “Hanno fatto la legge per far entrare gli immigrati e per fare i matrimoni gay, quindi non stanno facendo gli interessi di noi italiani”.

asinoQuanti tra noi, elettori più o meno consapevoli, hanno sentito queste parole negli ultimi anni? Quanti, armati di santa pazienza, si sono accomodati cercando di spiegare che non sono proprio tutti tutti uguali? E quanti di noi passano almeno un’oretta al giorno a leggere i quotidiani e informarsi, quanti sanno con precisione a cosa serve Giorgio Napolitano e che poteri ha, come funziona l’iter di una legge, di chi è la responsabilità se paghiamo una tassa o un’altra? Chi sa chi decide se tagliare i fondi per la scuola o quelli per la salute? In fondo è sempre colpa di Zedda, o qualcun altro ha le sue responsabilità su scuola, strade, trasporti, divieti, diritti civili?

Altra domanda: per guidare un’auto ed evitare quindi di fare disastri in giro e danni al prossimo ci vuole un esame?

Ebbene, se conoscete le risposte a tutte queste domande credo che sarete tutti concordi con me: la tessera elettorale non dovrebbe essere un diritto per nascita basta che hai compiuto 18 anni, ma un privilegio che si conquista dopo avere fatto i compiti e aver dimostrato di aver capito la lezione.

Perché infatti l’ultimo dei cretini che non sa che differenza c’è tra le istituzioni, che non sa che il 16 febbraio si vota per il Consiglio regionale e il Presidente della Regione, che attribuisce tutti i suoi problemi a un’unica imprecisata entità chiamata “Quelli” senza saper distinguere di che potere sono muniti, perché questa persona dovrebbe avere lo stesso diritto a scegliere chi ci governa di un elettore informato e consapevole? Non dico certo che per esprimersi bisogna essere titolati, ma quanto meno si dovrebbe essere consci di quello che si sta scegliendo e informati sul valore di ogni singolo voto. Discorso da snob? E allora? Perché chi passa tempo a leggere programmi elettorali, confrontare, ascoltare e capire dovrebbe avere lo stesso valore di chi va a sentimento perché magari qualcuno gli ha detto che l’amico del cugino del dentista forse è una brava persona e può andare in parlamento o in comune a prendere decisioni? Perché chi crede che “toglieremo l’Imu e un milione di posti di lavoro e domani faremo la Zona Franca e biglietti per il circo gratis” deve potersi esprimere come chi valuta e studia ed è in grado di distinguere la propaganda dalla realtà? Perché chi si disinteressa tutti i giorni nel suo quotidiano di politica ha poi il diritto di scegliere una volta all’anno come se niente fosse? E non parlatemi di quelli che “non hanno potuto studiare”, perchè nel 2014 tutti hanno internet e biblioteche e possibilità di informarsi ovunque, spesso l’ignoranza è solo trascuratezza e pigrizia.

Ecco la mia proposta: studia il manuale, poi sostieni una prova. Se la superi, la tessera elettorale è tua. Secondo me con questo metodo niente più nani e ballerine al prossimo giro.

Puntuali come un orologio, ecco le parole di circostanza  sulla vita di un grande che se ne va: questa notte si è spento Claudio Abbado, direttore d’orchestra italiano tra i più famosi al mondo, e subito si sprecano i commenti di cordoglio, il rimpianto sulll’ artista che ora non c’è più, la grande perdita per il patrimonio culturale del nostro paese. Abbado aveva ottant’anni ma da qualche tempo era malato, di recente aveva lasciato tutti i suoi impegni professionali e il seggio di senatore a vita che gli era stato assegnato l’estate scorsa da Giorgio Napolitano.

Abbado era un grande italiano, uno che si batteva per i giovani talenti e gli emarginati, per l’educazione musicale su tutti i livelli. Pochi anni fa aveva lanciato una provocazione: sarebbe tornato a dirigere il grande Teatro alla Scala di Milano solo se il suo cachet fosse stato in natura, voleva 90mila alberi da donare a Milano, richiesta mai accolta. Si era espresso in più occasioni contro i tagli alla cultura, sostenendo che “si deve colpire il vero spreco ed eliminare le speculazioni”. Aveva detto: “Vorrei che si affermassero sempre più le convinzioni che ispirano il nostro modo di lavorare: studiosi, politici, artisti, organizzatori, responsabili e semplici cittadini possono, insieme, determinare una reale collaborazione tra arte, scienza ed etica”. Un esempio di uomo colto, raffinato e allo stesso tempo attento al mondo dei giovani e all’educazione, che si era reso conto, da musicista e da artista, che la cultura non è un vezzo da intellettuali annoiati ma un valore vero per il paese.

Claudio Abbado

Claudio Abbado

Ed ecco che subito gli avvoltoi si lanciano in panegirici attorno al grande artista orgoglio del paese: “È stato e rimarrà un punto di riferimento per tutto il Paese e non solo” (Enrico Letta); ” Ha lasciato un segno indelebile” (Angelino Alfano) ,  “Noi tutti abbiamo perso oggi un protagonista eccezionale della cultura italiana, amato e rispettato ovunque nel mondo e che ha donato tutta la sua vita alla musica” (Massimo Bray, Ministro dei Beni Culturali), “Dedicheremo a Claudio Abbado i premi destinati agli studenti iscritti alle istituzioni dell’Alta formazione artistica, musicale e coreutica previsti nel Decreto legge `L’Istruzione riparte” (Maria Chiara Carrozza, ministro dell’Istruzione).

Proprio loro, quelli che nell’ultimo anno hanno tagliato ancora i fondi per la cultura, proprio quelli che hanno trascurato in programmi e interventi le parole “scuola” e “istruzione” come se non esistessero, come se la scuola italiana fosse sana ed efficiente, quelli che hanno dimostrato totale insensibilità alle migliaia di laureati in beni culturali senza lavoro, ai monumenti che cadono a pezzi, ai siti archeologici chiusi al pubblico. Il ministro Bray è riuscito a partorire il famoso bando per far lavorare cinquecento laureati a rimborso spese per un anno spacciandolo per intervento di formazione (infatti subito ribattezzato “500 schiavi”). E Maria Chiara Carrozza, che ha permesso lo scempio dell’eliminazione della storia dell’arte nelle scuole (per la verità voluto dalla sua predecessore Maria Stella Gelmini) non trova di meglio da fare che dedicare ad Abbado un premio per gli studenti. Ecco le persone che oggi piangono Abbado, l’uomo che ha portato l’arte e la cultura italiana in tutto il mondo.

Ma vergognatevi, e imparate il silenzio, che in certi casi è molto più dignitoso.